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SANTA ROSALIA
Palermo XII secolo - † 4 settembre 1160
LA STORIA

La vita

La nobile stirpe

Rosalia era nata nella prima metà del XII secolo in un regio palazzo di Palermo da una nobile famiglia. Suo padre, il duca Sinibal­di, era un vassallo dei re normanni: Rugge-ro Il lo aveva nominato signore della Sier­ra Quisquina e del Monte delle Rose, un feudo che si estendeva tra la provincia di Pa­lermo e quella di Agrigento. La madre, che qualche storico identifica in una nobile di nome Maria Viscardi, era imparentata con la famiglia reale normanna e la tradizione che voleva fame discendere la stirpe da Car­lo Magno parve così probabile anche a pa­pa Urbano VIII che nel 1630 ne autorizzò la pubblicazione nel Martirologio Romano. Il nome che i genitori scelsero di imporle alla nascita è una contrazione del latino «Rosa Lilia» ovvero rosa e gigli, fiori che simboleggiano rispettivamente la regalità e la purezza e che, per straordinaria fatalità, anticiparono due delle qualità che contrad­distinsero nella vita la vergine palermitana. La nobile giovanetta trascorse i primi an­ni nella splendida reggia paterna, sui cui ruderi in seguito la devozione popolare vol­le edificare una cappella. Dalla nobile fami­glia ottenne una buona educazione e una so­lida formazione cristiana. Ben presto per le sue doti di cortesia e di regalità, oltre che per la sua straordinaria bellezza, fu scelta come damigella d'onore della regina Margherita, fi­glia del re di Navarra e moglie di Guglièlmo I detto il Malo, che dal padre Ruggero Il aveva ereditato il trono di re di Sicilia. Co­sicché alla corte reale, nella splendida cor­nice del Palazzo dei Normanni, nella quale oggi ha sede l'Assemblea regionale siciliana, la giovane Rosalia divenne spettatrice di ele­ganti e sontuosi eventi mondani.  

La vocazione

I genitori avevano previsto per lei un no­bile matrimonio, come si conveniva alle giovani del suo rango e Rosalia, per rispet­to verso la decisione della famiglia, inizial­mente non vi si oppose. Ma secondo la tra­dizione popolare una visione straordinaria la indusse improvvisamente a rinunciare al matrimonio e al lusso della vita di corte. Il giorno in cui avrebbe dovuto incontra­re l'uomo che era stato prescelto per le noz­ze, il nobile e coraggioso Baldovino, un ca­valiere che si era distinto per aver salvato dalle fauci di un leone re Ruggero Il, Rosalia guardandosi allo specchio, invece della pro­pria immagine, vide riflessa quella di Gesù Crocifisso con il volto rigato di sangue per la corona di spine conficcata nella fronte. La giovanetta non ebbe dubbi: interpretò quella visione come la chiamata che Cristo le rivolgeva e, rivelando ai parenti e alla corte che il suo unico desiderio era quello di andare sposa solo a Cristo, lasciò il palazzo reale per abbracciare la vita consacrata.  

Il chiostro

Sulla presenza di Rosalia in monastero gli storici locali sono divisi: alcuni sostengono che avrebbe scelto direttamente la via del­l'eremitaggio, altri che preparò quel duro passo con alcuni anni di vita in convento. Tra coloro che propendono per la tesi con­ventuale, inoltre, vi è chi la descrive mona­ca dell'ordine benedettino, chi professa di quello basiliano, e chi non pone la questio­ne in termini di alternativa e compendia entrambe le ipotesi. E così, secondo una parte della tradizio­ne, appoggiata dallo storico Tornamira e accolta da papa Urbano VIII, Rosalia avreb­be scelto a guida della sua anima l'ordine be­nedettino. Su consiglio di san Guglielmo da Vercelli, fondatore del santuario di Mon­tevergine, che in quei tempi era a Palermo, si sarebbe ritirata in convento a Bivona e a Santo Stefano di Quisquina dove si trova­vano monasteri di eremiti benedettini, e so­lo in un secondo tempo avrebbe ottenuto il consenso dall'arcivescovo di Palermo, Ugone, di passare alla vita eremitica. Questa tradizione spiegherebbe il fatto che in quei circoli monastici fiorì una fervida devozio­ne alla santa anche immediatamente dopo la sua morte. Secondo altri autori, tra cui il gesuita Giustiniani e lo storico Stilting, Rosalia sa­rebbe stata una monaca fedele alla regola greca di san Basilio Magno. I sostenitori di questa tesi identificano nel monastero ba­siliano, un tempo annesso alla chiesa nor­manna della Martorana a Palermo, e in quello greco del Santissimo Salvatore, i luo­ghi in cui Rosalia avrebbe trascorso un pe­riodo di prova, e nel cenobio di Santa Ma­ria la Grotta a Melia il luogo della sua for­mazione. Il monastero di Melia, che in epo­che più recenti è andato distrutto, era un istituto eremitico che sorgeva tra le caverne che avevano ospitato i cristiani all'epoca delle persecuzioni e che in quegli anni era­no usate dalle monache basiliane per tra­scorrervi periodi di isolamento. La spiri­tualità mistica greca, basata sulla ricerca della solitudine e della pace contemplativa, insieme a questo luogo di raccoglimento, sa­rebbero state all'origine della decisione ma­turata da Rosalia di ritirarsi definitivamente a vita ascetica. Altri storici, ritenendo le due tesi ugual­mente verosimili perché tanto il monache­simo occidentale benedettino che quello greco basiliano potevano tornare graditi al­la Santa per la loro rigidezza, non escludo­no una terza ipotesi: Rosalia avrebbe fre­quentato, in maniera alternativa e saltuaria, i conventi dei due ordini, scegliendo sin da principio di vivere in solitudine. In effetti, se è vero che i santi monaci siciliani del X se­colo - come sant'Elia, san Vitale e san Cri­stoforo - hanno vissuto quasi tutti una pro­pria esperienza eremitica, è altrettanto ve­ro che, soprattutto nei primi secoli della Chiesa, non erano rari gli esempi di santi che si trasferivano in solitudine contem­plativa pur non essendo mai stati monaci, come fece san Paolo.  

La lettera in greco

Due reliquie, descritte dagli storici ma non più ritrovate, dovevano segnare il pas­saggio della santa pellegrina dal monastero greco del Santissimo Salvatore a Palermo e accreditare così la tesi che fosse stata pro­fessa dell'ordine basiliano. Secondo la te­stimonianza raccolta dal biografo Mongi­tore, una lettera scritta in greco e un fram­mento di legno contenuti in una piccola te­ca furono trovati da un muratore durante i lavori di ampliamento all'interno del mo­nastero. Si sarebbe trattato di una reliquia della Santa Croce - che Rosalia avrebbe ereditato dai suoi antenati reduci dalle guer­re di Gerusalemme e che avrebbe deposto sull'altare del patriarca san Basilio prima di lasciare il convento - e di una lettera scrit­ta di suo pugno in lingua greca a corredo di quell'offerta. Il monastero è andato distrutto quasi in­teramente, ma una lapide di marmo nero posta all'interno dell'oratorio del Santissimo Salvatore - una splendida costruzione a pianta ellittica edificata tra il 1681 e il 1699 a poca distanza dal luogo in cui nel XII se­colo sorgeva il monastero - riproduce il te­sto smarrito sia nella versione greca che nella sua traduzione latina. Qui Rosalia, definendosi suora, dichiara la propria de­vozione verso l'ordine basiliano con le pa­role: «Io, suor Rosalia Sinibaldi, lascio que­sto legno del mio Signore in questo mona­stero al quale sono sempre legata».  

L’eremitaggio

Così come aveva lasciato gli ori e i da­maschi della vita di corte per coltivare con più perfezione la pietà e la vita contempla­tiva, Rosalia decise di abbandonare anche quelle umili comodità che poteva offrire il chiostro e di intraprendere la vita anacore­tica per trascorrere ogni ora delle sue gior­nate nella più assoluta solitudine e nella preghiera. Il suo desiderio era quello di non posse­dere altro che il cielo come tetto e la terra come letto. Sapeva che quella scelta l'a­vrebbe condannata alla morte civile, l'a­vrebbe costretta a vivere tra asprezze e au­sterità nel crepaccio di una roccia, tra squal­lide ombre e senza altra compagnia che la voce muta della natura. Ma Rosalia non aspirava ad altro perché voleva rendersi sempre più degna del suo sposo Crocifisso. Era certa che la solitudine sarebbe stata la custodia esterna della sua purezza e che, con una particolare assistenza dello Spirito San­to, la sua anima nel deserto si sarebbe af­fratellata con gli angeli. E così, alla morte di Ruggero Il, chiese ed ottenne di poter vivere in eremitaggio nella Sierra Quisquina, feudo del padre.  

La Sierra Quisquina

Una notte buia, per evitare che anche la più fioca luce svelasse a qualcuno la sua presenza rendendo vano il suo progetto di vita nascosta, con il solo chiarore delle stel­le a guida dei suoi passi, la vergine paler­mitana si diresse verso un monte sulla Sier­ra Quisquina. Non volle portare con sé altre cose se non gli oggetti più cari: una picco­la croce d'argento e una corona per il Ro­sario, di cui sono stati ritrovati alcuni gra­ni, accanto alle reliquie del suo corpo, ora custoditi nella cappella del Tesoro della cat­tedrale di Palermo. Si rifugiò in una piccola caverna aperta nella roccia sul fianco nord della Sierra Quisquina, una catena montuosa nelle Ma­donie che separa la provincia di Palermo da quella di Agrigento. Era un luogo buio e umido, incuneato tra due poggi: il monte Cammarata ad est e il monte delle Rose ad ovest, un angolo di terra così nascosto tra i boschi che i saraceni lo avevano chiamato Quisquina, dall'arabo «Coschin» che signi­fica «oscuro». L'anfratto scelto per ritirarsi in preghiera e castità era poco più di un cunicolo, al quale si poteva accedere solo se inchinati. All'interno la caverna era piccola e buia e for­mava alcune cellette anguste collegate tra lo­ro da stretti corridoi. In quella grotta remota, protetta da una fitta vegetazione e nascosta nel cavo della roccia, nessuno poteva accorgersi della sua presenza. Così Rosalia poté trascorrere in as­soluta solitudine dodici lunghi anni di esi­lio volontario, dedicandosi esclusivamente alla preghiera e all'ascetismo.  

L'iscrizione latina

La precisione con cui si determinano la durata e il luogo esatto dell'eremitaggio è do­vuta al ritrovamento di un'epigrafe scritta in latino, da sempre considerata una testimo­nianza autografa della santa. La frase che la vergine volle imprimere sulla roccia nei pressi della grotta in cui visse, come segno riconoscibile del suo pas­saggio, tradotta in italiano, recita così: «Io Rosalia figlia di Sinibaldi, signore della Qui­squina e delle Rose, per amore del mio Si­gnore Gesù Cristo decisi di abitare in que­sta spelonca». A corredàre l'incisione, nel­l'angolo basso di sinistra, compare anche la cifra « 12 » che è stata letta e interpretata da sempre come il numero degli anni che la santa trascorse nella grotta. Il ritrovamento dell'epigrafe, incisa pro­fondamente su una superficie di roccia ben levigata, con lettere alte due dita disposte su nove linee irregolari, per straordinaria coin­cidenza è avvenuto il 25 agosto 1624, 40 giorni dopo l'invenzione del suo corpo in una caverna sul Monte Pellegrino e dopo cinque secoli dalla sua morte. Gli artefici del ritrovamento, confermato dall'anziano sa­cerdote Giovanni Labarbera, sono stati due muratori palermitani che stavano lavoran­do alla costruzione del convento dei dome­nicani a Santo Stefano di Quisquina. Si tratta di un reperto di grande interesse che conferma quale sia stata l'unica ragione che spinse Rosalia a vivere in solitudine: con poche e semplici parole, infatti, la santa pellegrina ha voluto assicurare che a farle abbandonare la ricchezza paterna non era stata la paura, né il rimorso, ma il gran­de amore che nutriva per Cristo Signore.  

Il Monte Pellegrino

La vera ragione che indusse Rosalia a la­sciare la Sierra Quisquina per isolarsi in un'altra grotta sul Monte Pellegrino, a circa tre chilometri da Palermo, è in realtà sco­nosciuta. Alcuni autori sostengono che in se­guito a una violenta ribellione dei conti e dei baroni contro i Normanni, nella quale ri­mase ucciso anche il duca Sinibaldi, tutti i beni della famiglia furono confiscati e con essi anche la Sierra Quisquina. Secondo la tradizione Rosalia, ricercata dagli inviati che si aggiravano tra le rupi quisquinesi, si nascose nel tronco vuoto di una quercia e si salvò. In quello stesso luogo, successiva­mente, fu eretta una chiesetta a perpetuare il ricordo di quell'evento miracoloso. Ro­salia, non sentendosi al sicuro in una terra che non era più di proprietà della famiglia, avrebbe deciso di allontanarsi e di ritirarsi sul Monte Pellegrino, in quel tempo una terra demaniale, che la giovane ottenne «in dote» dalla regina Margherita. Da sempre fortezza inespugnabile e ba­luardo incrollabile contro Romani e Sara­ceni, il Monte Pellegrino, montagna calca­rea di 606 metri a picco sul golfo di Palermo, al tempo dei Greci era chiamato «Ercta», os­sia «impervio». E infatti i suoi fianchi sco­scesi erano difficilissimi da scalare e addi­rittura il lato mare era inaccessibile, mentre la vetta era sempre sferzata da umidi venti di tramontana: un luogo inospitale che Ro­salia scelse considerandolo adatto ad un duro esilio.  

Le rinunce e le tentazioni nella grotta

Dopo aver scalato il Monte Pellegrino at­traverso un sentiero impervio che dal bosco della Favorita portava alla vetta, Rosalia designò come povera dimora una caverna rude, inospitale e circondata da un paesag­gio selvaggio. Qui le sue giornate trascor­revano nel rigore assoluto, nella rinuncia ad ogni cosa, nella penitenza e nella continua adorazione di Cristo. Il suo corpo era sfini­to perché la santa romita non aveva alcun pensiero o senso che non fosse crocifisso. Ma sapeva che quella era la sua strada per la santità. La tradizione popolare nei secoli ha ar­ricchito con fantasia e colorito con leggen­de questo soggiorno solitario. Il demonio l'a­vrebbe tentata più volte, presentandosi a lei sotto varie vesti, ora come giovane ai­tante, ora come messaggero della famiglia in pena, ma sempre invano perché Rosalia sapeva opporsi con energia a qualsiasi ten­tazione, lusinga o seduzione. In quella grotta la santa visse gli ultimi an­ni della sua vita, nessuno sa esattamente quanti, fino al giorno della sua morte, av­venuta il 4 settembre del 1160, quando ave­va circa 35 anni.  

La morte e la sepoltura

Non appena comprese che era arrivata la sua ultima ora, Rosalia docilmente si pre­parò a quella partenza, passaggio neces­sario alla nuova e migliore vita. Adagiata­si sul suolo della grotta nascosta, fece del­la sua mano destra l'ultimo guanciale e strinse al petto con la sinistra il piccolo crocifisso. La posizione del corpo, nella quale furono ritrovate le reliquie cinque secoli dopo, è quella di una dormiente e non di chi lotta contro la morte e perciò te­stimonia che la santa spirò senza malattia, come la Madonna, indebolita solo dalla profusione di energie spese nell'amore in Cristo. La morte arrivò senza il conforto di al­cuna persona che, se fosse stata presente, avrebbe composto la salma, com'è da sem­pre in uso, con le mani congiunte al petto e l'avrebbe trasferita al più vicino cimitero invece di seppellirla sottoterra in una spe­lonca umida. Invece, in coerenza con una vi­ta isolata e nascosta, Rosalia morì senza assistenza e senza pianto, trasformando la sua dimora in sepolcro. Ma ad una santa il Cielo non può negare gli estremi onori della sepoltura: secondo la tradizione una schiera di angeli scese sulla terra per seppellire il suo corpo che, in effetti miracolosamente venne poi ritrovato pie­trificato, quindici piedi sotto terra, in un guscio chiuso di roccia come se fosse stato sepolto da qualcuno in un urna offerta dalla natura.
 

Liberamente tratto da internet
 

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